Piero Calamandrei e la costituzione

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Riflettiamo

Correva l'anno 1955 quando Piero Calamandrei pronunciò il discorso sulla costituzione.
Fin dall'inizio portò l'attenzione sulla scuola, citando l'articolo 34 ”I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”, per poi ricollegarsi immediatamente all'articolo a suo avviso più importante di tutta la costituzione: l'articolo 3 ”È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.  Egli afferma che, fino a quando tale articolo rimarrà disatteso, non potrà ritenersi compiuto nemmeno l'articolo 1 "non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale". 
Oggi, anno 2020, possiamo ritenere l'articolo 3 compiuto? Possiamo quindi definire la nostra Repubblica "fondata sul lavoro"? Possiamo affermare che la nostra società ha sostanzialmente raggiunto un'uguaglianza di fatto e tutti i cittadini veramente sono messi in grado di concorrere alla vita della società? 
 
Piero Calamandrei mette in luce la natura rinnovatrice e progressista della Costituzione che quindi è di fatto un progetto per traghettare la nazione da una condizione di democrazia formale ad una condizione di democrazia compiuta. Egli, infatti, afferma "che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere".
Possiamo oggi ritenere il programma costituzionale compiuto? Abbiamo attuato una democrazia reale o una siamo ancora in una democrazia formale?
 
Calamandrei afferma che la Costituzione non è una macchina che una volta avviata va avanti da sola, ma va sempre alimentata: "ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità".
Gli ostacoli maggiori alla realizzazione del programma è l’indifferenza alla politica. Serve l'impegno dei giovani, il senso civico, la coscienza civica e sulla libertà occorre vigilare.
Possiamo ritenerci soddisfatti del senso civico e della vigilanza operata dai cittadini in passato? E oggi, possiamo contare su un livello di coscienza civica e su capacità di vigilanza sufficienti da parte dei cittadini ed in particolare dei giovani?
 
I punti proposti sono solo alcuni tra gli innumerevoli spunti alla riflessione che il testo del discorso, ancora di un'attualità disarmante, può suggerire. Sono ad esempio presenti diversi riferimenti storici.
Ma soprattutto è presente l'idea di una situazione dinamica in divenire: la Costituzione non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza e l'esito positivo, inteso come la realizzazione di una democrazia sostanziale, non è dato per scontato.
L'esito positivo, infatti, dipende da una combinazione di fattori, soprattutto economici e sociali, che devono tendere ad un'uguaglianza di fatto tra i cittadini. L'obiettivo può essere raggiunto solo se c'è partecipazione alla vita politica, senso civico e capacità di vigilare dei cittadini. 
L'attuazione dell'articolo 3, rimuovendo gli ostacoli di ordine sociale ed economico, in combinazione con i vari articoli dedicati alla scuola e alla formazione dell'individuo (30, 33, 34), creerebbe in teoria la condizione per la maturazione civica dei cittadini.

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